Pensieri romanisti

I miei Juventus Roma degli anni ’90

Ricordo con particolare nostalgia i primi anni ’90, epoca in cui entravo praticamente nella mia adolescenza. Passavo le giornate a scuola a disegnare il lupetto di Gratton sul diario (e a volte, lo ammetto, anche sul banco), e sognavo di diventare un giorno come Rudi Voeller. Non vedevo l’ora che arrivasse la domenica, perché alle 15 iniziavano le partite e, dunque, scendeva in campo la “mia” Roma: quella squadra che riuscivo a vedere solo nelle foto in bianco e nero pubblicate dai giornali, in quei brevi spezzoni di partita che venivano trasmessi sulla Rai a 90esimo minuto, e in quell’album di figurine che, tuttavia, non mi regalò mai la gioia di completare la rosa della mia squadra del cuore.

Juventus Roma anni ’90

Ricordo anche che c’erano partite che attendevo di più rispetto ad altre, ed erano i big match. La Roma, nella seconda metà degli anni ’80 e nei primi ’90, era una squadra il cui obiettivo era qualificarsi alla Coppa Uefa, pertanto non aveva la qualità e la forza delle prime della classe. Ma per me sfidare i più forti significava sognare: sognare di batterli seppur noi fossimo tecnicamente inferiori, sognare di espugnare quei campi dove la Roma era solita raccogliere poco e niente, dove spesso si tornava a casa con le mani in tasca e una sconfitta pesante come un macigno sulle spalle. E una di queste partite che attendevo di più era proprio contro la Juventus, personalmente la mia rivale più acerrima.

Ogni volta che il calendario della Serie A proponeva Juventus Roma iniziavo a prepararmi alla gara dalla settimana precedente: i bianconeri, per me, erano gli avversari numero uno (anche perché negli anni ’80 la Lazio disputava il campionato di Serie B, quindi in pratica non esisteva nei miei pensieri), quelli da battere, quelli contro cui era difficilissimo riuscire a fare risultato. Ma ogni volta, in ogni pre partita, le mie aspettative erano sempre le stesse: volevo vincere.

Tra l’86 e il ’90 la Roma incassò cinque sconfitte su cinque partite disputate a Torino contro la Juventus. Poco da dire, quella piemontese era chiaramente una trasferta proibitiva. Ma durava poco la delusione per quei ko, perché c’era una certezza che campeggiava nella mia testa e che non veniva mai scalfita: prima o poi sarebbe arrivata la vittoria anche a Torino, ne ero certo. E non perché la Roma avesse squadre così forti da permettersi di andare al delle Alpi e battere agilmente la Juventus, ma perché tenevo bene in mente che doveva arrivare quel momento in cui Davide butta giù Golia con un colpo ben assestato, e il mio ottimismo infantile viveva in costante attesa di quel giorno.

Nel 1990 i giallorossi iniziarono a migliorare un minimo il ruolino di marcia contro la Juventus: la Roma di Rudi Voeller, allenata da Gigi Radice, infatti, riuscì a rimediare un pareggio contro i bianconeri allenati da Zoff (22 aprile 1990), poi si ripristinò la normalità, e arrivò una sonora sconfitta sette mesi dopo.

Ma il 20 febbraio 1991, finalmente, il mio ottimismo venne ripagato: la Roma espugnò  il Delle Alpi di Torino, superò la Juventus e approdò in semifinale della coppa nazionale. Quel successo esterno nella gara di ritorno dei quarti di finale di Coppa Italia, firmato dalle reti di Berthold e Rizzitelli, fu per me più importante della vittoria finale contro la Sampdoria, e la ragione fu una sola, specifica: mi confermò che i deboli non partono sempre battuti quando incontrano i forti, perché anche i deboli possono battere le corazzate. E mi lasciò un sapore così dolce in bocca che mi ripagò di tutte le micro delusioni delle sconfitte subite nelle gare precedenti, facendomi ringraziare ancora una volta mio padre per avermi fatto romano e romanista.

Alessandro Oricchio

Docente e ricercatore di Lingua Spagnola, giornalista pubblicista iscritto all'Odg del Lazio. Amante dei libri, dei viaggi, del calcio, della lingua spagnola, del mare e della cacio e pepe.

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